“Lo spregio”, di Alessandro Zaccuri

di Edoardo Zambelli

cop_zaccLo spregio, ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, è, secondo me, un libro che può essere letto in modi diversi. Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto magari più superficiale, sia una lettura altrettanto legittima (in fondo, un lettore un libro lo legge un po’ come gli pare) che non manca di rispetto all’autore e non sminuisce la bellezza del libro stesso.
Una crime novel, quindi, con tutti gli ingredienti necessari, ma, anche, con la capacità di giocare col genere senza aderirvi del tutto, di prenderne alcune delle regole e piegarle all’esigenza di dire altro.
Le prime pagine sono tutte per la “formazione criminale” di Angelo, il giovane protagonista del libro, che scopre e pian piano accetta e fa sue le attività più o meno criminali del Moro, suo padre, guidato da un bisogno d’emulazione, di diventare come lui.

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“Per un rigore del sogno e della realtà”

cult

di Roberta Virduzzo

[Questo articolo è apparso il 6 ottobre 2016 in Cultweek].

Difficile che un romanzo non racconti una sofferenza. Di solito si tratta di sofferenze prodotte da avvenimenti che interrompono l’ordine della vita, e nello sviluppo della storia trovano una forma di riparazione. Poi ci sono i romanzi pervasi dalla sofferenza dove la contiguità con il dolore non ha niente di eccezionale, come se la consapevolezza della fine del proprio mondo fosse nell’ordine naturale delle cose. A scrivere di una sofferenza endogena e inestirpabile è un esordiente trentenne nato a Città del Messico che vive a Cassino e si chiama Edoardo Zambelli. L’antagonista è il titolo del suo romanzo e racconta una porzione di vita di un uomo reduce da una separazione che decide di prendersi una pausa dal suo lavoro di web content editor e dedicarsi alla scrittura di un romanzo. Un desiderio probabilmente antico nella mente del personaggio che viene svelato nella sua urgenza dallo zampettio ipnotico di una mosca sullo schermo del televisore. Siamo solo alla prima pagina e assistiamo alla prima di una serie di annunciazioni che precedono i passaggi di consapevolezza del protagonista nell’arco della sua storia.

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“Un esordio coi fiocchi”

di Gianluca Barbera

[Questo articolo è apparso oggi nel quotidiano Il Giornale].

barbaUna vicenda reale – ma fino a che punto? – s’intreccia con una storia immaginaria. Quasi impossibile distinguerle. Ma non è il caos. E’ la sostanza di cui è fatto il mondo. Da una parte una donna che si getta da una finestra. Dall’altra una ragazza in cerca del suo assassinio. Quale delle due è reale? Certo, una esce dalla mente di uno scrittore, l’altra è una donna da lui amata. Ma siamo sicuri che non siano la stessa persona?

La fantasia dello scrittore viene messa in moto da un’immagine: “una ragazza che cammina a piedi nudi nella sabbia in una giornata di pioggia, alla fine dell’estate”. Un ulteriore dettaglio. “Mentre lei camminava sola sulla battigia, un uomo la osservava dalla finestra di una casa sulla spiaggia”. Poi compare un ragazzo, che la invita a prendere un caffè. Uno che cerca di rimorchiarla? No, quel ragazzo non è ciò che sembra. Nella sua mente si annidano spettri nerissimi. Da quel momento il destino della ragazza pare segnato. E così la storia trova la sua direzione.

E la donna che si è buttata dalla finestra? C’entra eccome. E’ la molla che fa scattare la “trappola”. Lo scrittore, che per rimettere insieme i cocci della propria vita dopo un divorzio traumatico, ha scelto di isolarsi affittando proprio una casa affacciata sul mare, nota la sua fotografia su un giornale locale, sopra un trafiletto che dà notizia del suicidio. Non subito, ma la riconosce. Anche se precocemente sfiorita, non può esservi dubbio: è Erika, la ragazza che ai tempi dell’università ha amato, in una città lontana. Come ha potuto la ragazza solare che aveva conosciuto fare una simile fine?

Ecco dunque che l’uomo (al quale l’autore non dà un nome) si imbarcherà in un viaggio alla ricerca di una verità che molti tenteranno di sfilargli di mano e che lo condurrà a tu per tu con il proprio demone antagonista (tutti ne abbiamo uno). Quasi una mistery story, con parecchi degli ingredienti del genere. Un funerale senza nessuno a seguire la bara. Un biglietto sulla lapide, nel quale è scritto: perdonami. Una foto che ritrae uno stupro di gruppo. L’antagonista di Edoardo Zambelli (Laurana editore, pp. 214, euro 15) è un esordio potente e disturbante, sorretto da una lingua tesa e precisa fino alla soglia dell’iperrealismo.

“Un oggetto unico e anomalo nella letteratura italiana”

di Edoardo Zambelli

[Questo articolo è apparso qualche giorno fa in TodoModo.Club – Cronache del divenire].

md18651518620Un’avventura nelle pianure della mente. Questo, riprendendo un breve passo del romanzo, è a mio avviso il miglior modo per definire La Taverna del Doge Loredan, terzo libro pubblicato da Alberto Ongaro.

In primo luogo perché è un libro sul leggere, racconta infatti, almeno in superficie, la storia di un uomo che legge un libro. E la lettura è, in fin dei conti, un’avventura della mente.

In secondo luogo perché la storia raccontata fa leva su tutto un immaginario che va dalla letteratura fantastica a quella d’avventura, incrociando continuamente i generi, riempiendo la trama di simboli – ci sono un doppio dispettoso, la statua di cera di una donna in una stanza deserta, corvi parlanti, mostri metaforici che diventano reali -, facendo fare al lettore continui salti avanti e indietro da una Venezia contemporanea (contemporanea per il 1980, anno di pubblicazione del romanzo) alla Londra del settecento.

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Tullio Avoledo su “L’antagonista”

di Tullio Avoledo

cop_antagonistaAvvertenza preliminare: non sono un recensore. Sono un lettore, quindi ciò che sto scrivendo non è una recensione, ma una semplice serie d’impressioni di lettura.
Seconda avvertenza: leggo pochissima narrativa. Divoro saggistica e poesia, ma leggo pochi romanzi, e meno ancora racconti. Così non so fino a che punto sono un giudice attendibile, rispetto a chi, magari per professione, legge tipo venti romanzi al mese.
Nelle due settimane di vacanza dalla scrittura che mi sono concesso per riprendermi da due festival, ho letto tre libri molto belli. Uno solo di questi era un romanzo, ed è L’antagonista di Edoardo Zambelli.

L’autore è giovane, maledetto lui. Anche se non troppo giovane, quindi ritiro il maledetto.
E’ anche maledettamente bravo, e stavolta l’avverbio lo lascio. Mi è capitato solo una volta di leggere un’opera prima altrettanto affascinante, e quel libro era Pugni di Pietro Grossi. Anzi, non era nemmeno ancora un libro, era un dattiloscritto in cerca di editore, fattomi leggere da un’amica. Sono stato contento quando Pietro, non per merito mio, ha trovato un editore.
Sono ancora più contento che l’abbia trovato Edoardo Zambelli, e che L’antagonista sia uscito dal cassetto (o dovunque lo tenesse) per arrivare ai lettori. E’ un libro potente, un libro che emana una strana energia, una specie di luce nera che illumina i nostri giorni purgatoriali.

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