“Lo spregio”, di Alessandro Zaccuri

di Edoardo Zambelli

cop_zaccLo spregio, ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, è, secondo me, un libro che può essere letto in modi diversi. Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto magari più superficiale, sia una lettura altrettanto legittima (in fondo, un lettore un libro lo legge un po’ come gli pare) che non manca di rispetto all’autore e non sminuisce la bellezza del libro stesso.
Una crime novel, quindi, con tutti gli ingredienti necessari, ma, anche, con la capacità di giocare col genere senza aderirvi del tutto, di prenderne alcune delle regole e piegarle all’esigenza di dire altro.
Le prime pagine sono tutte per la “formazione criminale” di Angelo, il giovane protagonista del libro, che scopre e pian piano accetta e fa sue le attività più o meno criminali del Moro, suo padre, guidato da un bisogno d’emulazione, di diventare come lui.

E così sarà. Sotto gli occhi di Giustina, sua madre, e del Moro, Angelo diventa a poco a poco una versione giovanile e un poco più sventata di suo padre. Nel paese, un innominato paesello al confine con la Svizzera, inizia a farsi un nome. Poi, come in ogni crime novel che si rispetti, le cose si complicano. In città arriva la famiglia di Don Ciccio, boss meridionale mandato in soggiorno obbligato al Nord. E con lui c’è Salvo, suo figlio, che presto diventa amico di Angelo e Angelo torna a provare qualcosa di simile a ciò che aveva provato per il padre, che ora sente di aver non solo raggiunto ma anche superato: il bisogno di emulazione.

Dall’incontro tra questi due personaggi (e dal desiderio tanto euforico quanto ingenuo di Angelo di diventare come l’amico) nascerà lo scontro. Che si fa anche scontro tra due tipi diversi di criminalità. Da una parte c’è quella del Moro, una criminalità quasi buona, più umana (si tratta di piccoli traffici senza grandi conseguenze); dall’altra c’è quella disumana, spietata, cattiva di Don Ciccio, legata a concetti quali l’onore, il rispetto, l’incapacità di accettare un torto subito (uno spregio, appunto), alla necessità di punizione esemplare.

Angelo annuiva in silenzio. Non sapeva di avere appena incontrato il suo carnefice.

Ecco, questo si legge a non tante pagine dall’inizio della storia (in verità si legge anche sul retro del libro). E questa è un’indicazione importante per il lettore. Si è già fatto l’idea di star leggendo una storia di crimini, ma qui gli si dice che non ci saranno grandi colpi di scena, non ci saranno grandi sconvolgimenti nella trama. Sarà la storia di una caduta annunciata. Ed è questo che fa andare avanti a leggere, si vuole seguire quella caduta fino alla fine, vedere dove porterà.

A me questo libro ha fatto venire in mente un film del 1993, Bronx di e con Robert De Niro. Un po’ per il tema trattato, il rapporto padre-figlio, un po’ per certe dolcezze nella rappresentazione di alcuni momenti, quando l’amore prende la forma di un gesto piccolo, apparentemente distaccato, da parte di personaggi che l’amore non sanno dirlo.

Un ultimo appunto riguarda l’andatura del libro, per così dire. Ho avuto in più punti la (piacevole) sensazione che la scrittura avesse qualcosa a che fare con la fiaba. Vi ho ritrovato addirittura immagini più o meno esplicite che si rifanno all’immaginario fiabesco. Sedie sistemate a testa in giù su un tavolo che somigliano a una foresta in inverno, con gli alberi senza rami, poi due personaggi che si riconoscono come all’interno di uno specchio, grandi spazi che diventano navi in una traversata notturna, e anche un accenno a una strega del bosco (chiarisco, questa della strega è solo un’immagine richiamata dal narratore, non c’è nessuna strega nel libro).

Non so, probabile che questa impressione fiabesca sia tutta mia, che non trovi spazio nella lettura di altri. Ma come ho detto all’inizio, ogni lettore un libro lo legge come gli pare. Io Lo spregio l’ho letto così e mi è piaciuto davvero tanto.

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