“Altamente introspettivo, complesso e caratterizzato da un’elevata componente onirica”

[La giovane reader recensisce L’antagonista nel suo sito].

Sin dalla più tenera età, ai bambini, viene insegnato, in maniera alquanto semplicistica ma efficace, che il mondo si divide in buoni e cattivi. Questa impronta è rintracciabile anche, e soprattutto, nelle fiabe, che accompagnano a mo’ di nenia i dolci sogni serali, dove protagonisti e antagonisti si affrontano in duelli sanguinari o in intelligenti prove di astuzia che portano i primi ad avere la meglio sui secondi. L’antagonista, per definizione, è colui che lotta contro il protagonista, il cattivo, l’antieroe, colui che deve essere sconfitto.
Succede però, in alcuni casi, che l’antagonista inizi a tessere le fila del discorso, che si conquisti un posto ben definito sulla scena e che arrivi a sovrastare l’eroe, il buono. Alle volte, però, basta guardare più attentamente per rendersi conto del fatto che, senza andare troppo lontano, il termine antagonista, nella sua forma aggettivale, si riferisca ad una sfumatura di colore, la più tetra, insita nello stesso protagonista colto nella sua veste più comune: quella di essere umano e quindi debole. Sorge spontaneo, a questo punto, un quesito che è anche il punto focale del romanzo sul quale il lettore deve porre la propria attenzione: l‘antagonista è davvero un’altra persona o, il più delle volte, è una proiezione del nostro essere? 

Ed è proprio in risposta a questa domanda che Zambelli costruisce l’intera narrazione servendosi di un protagonista senza nome, di diverse comparse, anche se alla resa dei conti si comprenderà che lo stesso protagonista può essere definito tale, dipende sempre dai punti di vista, e di tante storie che, apparentemente senza un nesso, si intrecceranno tra loro. A farla da padrona la morte che lega, non libera ma condanna.
In questo romanzo ogni figura è chiamata a fare i conti con la propria vita, con le proprie responsabilità, la propria solitudine, i propri sensi di colpa. A rimettere insieme i pezzi per dare una forma più comprensibile agli eventi. Un tuffarsi nel proprio passato, nei ricordi, nel dolore per provare a ricostruire le cause del gesto di Erika, il motore dell’intera vicenda. Errato, da parte del lettore, volerlo accostare al genere giallo. Qui non abbiamo una indagine con tutti i crismi, piuttosto la risoluzione di un mistero che coinvolge tutti, senza esclusione di colpi.
Il lettore, al fianco del protagonista, sarà chiamato e rimettere insieme i pezzi, a riosservare le scene dall’interno e dall’esterno, a prestare attenzione agli indizi disseminati dall’autore nel corso della narrazione e che conducono ad un’altra verità. Una verità che lascia l’amaro in bocca, che fa dubitare perfino di quel protagonista un po’ narratore e un po’ scrittore.
L’autore, servendosi dei diversi personaggi, è in grado di scavare nel loro animo, nei recessi più segreti, per rivelare le fattezze del genere umano e rappresentarlo con le proprie paure, con le proprie sofferenze, gli scheletri nell’armadio, o per meglio dire i mostri.
Alla storia principale, in cui il protagonista senza nome, abbandonato dalla moglie, cerca di rimettere insieme quel che resta della propria esistenza allontanandosi, con l’intento di scrivere un romanzo, ed incappando nella notizia della morte di Erika, sua vecchia conoscenza, si alternano i capitoli di una storia parallela che riprende le mosse dall’idea di base del romanzo che il protagonista avrebbe voluto scrivere e che però, a mio avviso, non si amalgamano con il resto, andando a costituire un micronucleo a sé stante.
L’antagonista è un romanzo molto particolare, altamente introspettivo, complesso e caratterizzato da un’elevata componente onirica, a metà strada tra l’incubo e il sogno, cui si accompagna una distorsione della realtà, cosa che, purtroppo, non sono solita apprezzare e che, anche in questo caso, ha sortito un effetto similare. Da un certo punto in poi la narrazione perde anche quella sorta di linearità che aveva contraddistinto la parte iniziale del romanzo andando ad assumere un aspetto piuttosto confusionario che conduce ad un epilogo che è soggetto ad una vera e propria interpretazione da parte del lettore, interpretazione che, proprio per quella che è la struttura del romanzo stesso, non è necessariamente univoca.
Per concludere ottima l’idea di base, nonostante alcuni aspetti rimangano irrisolti o siano di difficile comprensione, efficace la scelta stilistica ed il modo di raccontare di Zambelli, così come l’analisi che fa dei personaggi, ma romanzo lontano dal mio gusto personale e forse per questo non apprezzato fino in fondo
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