“Un romanzo che ha tutte le caratteristiche per diventare un classico”

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[Questo articolo è apparso nel lit-blog Vibrisse due settimane prima dell’uscita dell’Antagonista].

di Giulio Mozzi

Attorno al 22 settembre (ma in qualche libreria anche un po’ prima) arriverà nelle librerie un romanzo veramente importante. Si tratta dell’esordio di Edoardo Zambelli – trentenne tranese, oggi residente a Cassino, curiosamente nato a Città del Messico – e s’intitola L’antagonista (lo so, s’intitolava così già un romanzo di Cassola: ma c’era poco da fare, il titolo giusto era quello).

Perché è importante il romanzo di Zambelli? Per tre ragioni, secondo me.

La prima è che, detto nel modo più semplice possibile, mi pare un romanzo assai bello, letterariamente denso ma di agevole lettura, con una trama semplice e molto tesa (si tratta, in sostanza, dell’inseguimento di una persona che continuamente sfugge – non tanto fisicamente, poiché è già morta, quanto alla comprensione; direi addirittura: alla percezione).

La seconda è che è un romanzo che ha tutte le caratteristiche per diventare un classico (e qui, se volete ridermi in faccia, fate pure: ma l’editoria vive di scommesse e convinzioni, non di prudenze e titubanze): perché lavora su zone profonde dell’immaginario, perché la sua lingua è perfettamente controllata, perché l’autore – e lo dico anche avendo letto svariate altre cose di Zambelli, ancora non pubblicate – avanza nella narrazione con la sicurezza di chi ha un intero mondo in testa (un mondo che somiglia a quello reale, ma funziona in un modo leggermente – e inquietantemente – diverso).

La terza è che nel romanzo c’è un elemento fantastico: sottile, non immediatamente percepibile, fatto di più di assenze che di presenze, di vuoti che di apparizioni. Non è un caso se uno degli scrittori più amati da Zambelli è Alberto Ongaro: che, oltre a scrivere romanzi, è stato per anni e anni sodale (nella vita, nelle invenzioni, nei viaggi) di Hugo Pratt, per il quale ha sceneggiato le avventurosissime storie de L’ombra (Corriere dei piccoli, 1964: i vecchietti come me ricorderanno; io ricordo che mi faceva un sacco paura).

Questo tipo di fantastico tende ad avere nell’Italia letteraria un riconoscimento debole, nonostante la nobile tradizione (da Palazzeschi a Bontempelli – mentre il favolismo di Calvino è un’altra cosa) e gli occasionali successi commerciali (tanto per non negarsi un esempio lampante: in quanti, prima di vedere il film di Saverio Costanzo, si erano resi conti che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano è un romanzo con importanti elementi fantastici, quasi gotico?). E la mia speranza è che la pubblicazione de L’antagonista risollevi l’interesse critico nei confronti di questo modo dell’immaginare e del narrare.

E infatti, va detto, L’antagonista, prima di approdare felicemente in Laurana (dico “felicemente” perché per Lillo Garlisi, l’editore, leggerlo e innamorarsene fu una cosa sola) fu respinto da svariati editori (e trattato con esitazione da acluni agenti) proprio per la sua appartenenza a questa sorta di “realismo magico” (secondo la terminologia che si usava a scuola ai miei tempi – bei tempi!), o forse più esattamente di “realismo minato”.

Dico “minato”, sì. Perché la terra sulla quale camminano i personaggi de L’antagonista è un campo minato. Ogni passo può produrre l’irreparabile.

Se volete saperne di più, sfogliate il sito di Edoardo Zambelli. Nel quale trovate anche un paio di estratti: le prime pagine e l’inizio della storia della ragazza misteriosa.

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