“Storia di due donne e di uno specchio”: un’intervista

LAURANA - Rimmel - 040 Storia di due donne e di uno specchio

[Questa intervista è apparsa sul sito personale di Lucia Gandolfi]

Edoardo Zambelli è nato a Città del Messico nel 1984. Vive a Cassino, in provincia di Frosinone. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo L’antagonista (Laurana) e ora è in libreria con Storia di due donne e di uno specchio (Laurana).

D – In questo romanzo seguiamo due donne: Alessandra e Marta in quello che fanno e soprattutto in quello che vedono e vivono in una dimensione immaginifica che risulta più concreta di quella fisica. Come è nato questo libro? Da che cosa sei partito per scrivere queste due storie?

R – Sono partito da un’immagine, un’immagine che poi non è nemmeno finita nel romanzo. Avevo in mente queste due donne che piangevano ascoltando un pezzo per pianoforte. Alla fine il pezzo per pianoforte c’è, ma quell’immagine esatta no, è rimasta piuttosto una guida, la suggestione di un’atmosfera cui tener fede nella stesura del libro. Immaginando poi i due personaggi principali, Alessandra e Marta, ho cercato di costruire un libro che fosse in qualche modo lui stesso uno specchio, così come suggerito dal titolo.

D – Le case sono luoghi il più delle volte silenziosi, accolgono chi varca la soglia. Altre volte quello che contengono ha una forza emotiva potente che travalica i confini tra visibile e non visibile, tra materiale e immateriale creando un contatto. Mi racconti la tua versione?

R – Sulle case si può dire tanto, credo, a seconda del modo in cui uno le pensa. Se penso all’argomento “casa” mi viene in mente il bellissimo racconto di Julio Cortázar, Casa occupata. Io da parte mia sono sempre stato affezionato all’idea (un po’ letteraria e cinematografica, è vero) che una casa contenga tracce del vissuto di chi la abita o l’ha abitata, un qualcosa che rimane e produce mistero.

D – Alessandra e Marta raccontano due storie che appartengono solo a loro, l’unico personaggio che appare in entrambi è la vecchia con le borse della spesa, oltre naturalmente al lettore. È una figura che conduce? Traghetta? Una sorte di Caronte? Chi è in realtà?

R – Non credo sia facile dare una risposta diretta a questa domanda, o quanto meno una risposta soddisfacente. Parlare però di una specie di traghettatore mi sembra abbastanza sensato, potrebbe essere questo. Una risposta precisa non ce l’ho nemmeno io. Forse a questa domanda si può rispondere con un’altra domanda: “Siamo sicuri che siano due storie e non una storia sola?” La decisione la lascio al lettore.

D – I personaggi hanno tutti un nome e una collocazione differente all’interno delle due storie, una parte diversa se li vediamo come attori. Mi racconti di più?

R – I nomi non mi pare cambino da una storia all’altra, la collocazione dei personaggi forse sì. Ma anche qui vale la domanda (che è anche un invito) di prima: “Siamo sicuri che siano due storie e non una storia sola?”

D – Sulla tua pagina Facebook come anteprima del libro hai utilizzato delle immagini evocative di una certa atmosfera tratte dal videogioco di Kentucky Route Zero mentre la scrivania e la macchina da scrivere sono tratte dal film Barton Fink… Per non parlare dell’autore a te molto caro: Alberto Ongaro di cui hai scritto in occasione della sua morte la seguente frase tratta da “Il respiro della laguna” “…aggiungo, comunque, che ho sempre amato molto l’immaginazione, la leggenda più della storia, mi piace pensare che la materia pensi, ragioni, rifletta e mandi segnali. Cosa vuole che le dica. Sono fatto così. Se mi sbaglio, tenga bene in mente questo, non me ne importa nulla.” Un mix davvero interessante. È uno sguardo dietro le quinte del romanzo oppure c’è anche altro?

R – Non un dietro le quinte, a meno che per dietro le quinte non si intendano le cose che mi hanno formato e che continuano a darmi continuamente spunti e suggestioni. Di mio poi sono un po’ pigro e stanziale, riguardo, rileggo e rigioco sempre alle stesse cose, da una vita. Se anche mi allontano per poco in qualcosa di nuovo, poi sento il bisogno di tornare a quelle che penso come le “mie” cose. I videogiochi, negli anni, hanno raggiunto un livello di maturità impressionante, si sperimenta molto, e spesso i risultati sono esaltanti. Quel videogioco in particolare, Kentucky Route Zero, contiene immagini e suggestioni di una bellezza tale che non mi stanco mai di guardare. Barton Fink è un po’ il mio film ossessione, lo riguardo spesso (da anni, ormai), e ogni volta ho la forte sensazione che vi sia contenuto tutto il mio immaginario, tutto ciò che mi piace. È, per me, il film perfetto. La frase di Ongaro che tu hai citato è tratta dal suo ultimo libro, Il respiro della laguna, e mi pare che esprima in modo esatto tanto la sua visione della letteratura (e del mondo) quanto la mia. E in fondo è per questo che ho sempre considerato Ongaro il mio maestro, perché prima di ogni cosa mi ha insegnato uno sguardo sul mondo e sulle cose, o forse, più esatto, mi ha fatto vedere che quello sguardo che sentivo anche mio poteva essere letteratura.

D – Lo specchio: luogo che rimanda immagini vere, presunte, mentali. Tu cosa ci vedi?

R – Lo specchio è un oggetto che in letteratura (così come nel cinema) è stato usato in ogni modo possibile. Ha sempre un potere di suggestione potente e si presta benissimo ad essere simbolo di qualcos’altro. Io nello specchio ho visto solo una possibilità narrativa: il corpo ha un ruolo importante nel mio libro e lo specchio è un buon modo per mostrare lo sguardo dei personaggi su sé stessi.

D – Progetti per il futuro?

R – Sto scrivendo un terzo romanzo, che mi piace molto e che spero di riuscire a finire mantenendo intatta l’idea iniziale. Speriamo bene.

Grazie a Edoardo Zambelli per avere risposto alle mie domande.

[Per leggere l’intervista sul sito di Lucia Gandolfi]

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