Chiacchierando con Edoardo Zambelli (parte uno)

 

Barton Fink 1
Fotogramma dal film Barton Fink, di Joel e Ethan Coen

[Questa chiacchierata è apparsa su Vibrisse, bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi]

Daniele Muriano chiacchiera con Edoardo Zambelli

[Per i tipi di Laurana è da poco uscito Storia di due donne e di uno specchio, il secondo romanzo di Edoardo Zambelli – il primo, L’antagonista, usciva nel settembre 2016 per lo stesso editore.
L’autore ha accettato di chiacchierare con me pubblicamente a proposito del suo romanzo, della scrittura e dell’immaginario che lo anima. Adesso, prima di interpellarlo, mi piacerebbe tentare una presentazione minima dell’opera, per far capire di che si tratta.
Mi sento di poter dire che Storia di due donne e di uno specchio è un romanzo sull’infinitudine e sull’inesauribilità dell’incontro. L’autore con questo romanzo ci suggerisce che non è possibile incontrare qualcuno, incontrarlo davvero senza scoprire prima o poi che l’incontro rimandava ad altro, a qualcun altro, e che in fondo l’accadimento in sé è indecifrabile, o insignificante, fuori dal contesto degli altri incontri, e che nemmeno avendo compreso la geografia dei rapporti umani di una vita è possibile dare un senso compiuto a un singolo incontro.
Storia di due donne e di uno specchio racconta l’incontro fra una donna che torna alla casa del padre – vecchio, malato, incomunicabile –, dopo essere fuggita altrove e aver tentato di ricostruirsi una vita, e una donna più giovane che fugge da un passato che non ricorda. Alessandra e Marta si incontrano e non si incontrano. D’altronde, è difficile incontrare una persona che non ricorda metà della propria esistenza. E da quei diciassette anni cancellati viene l’uomo che la perseguita. È un uomo che Marta ha incontrato nella zona oscura della sua vita, e che lei non ricorda di avere incontrato, eppure qualcosa dev’essere successo dal momento che costui le attribuisce colpe non dicibili. La storia d’amore fra Alessandra e Marta si rifletterà a questo punto in uno specchio. È uno specchio fantastico, come quello delle fiabe, e dall’altra parte non c’è niente di rassicurante, eccetto una nuova – derealizzante, onirica – possibilità di incontro per le due donne].

Edoardo, non sono sicuro di aver fatto un buon riassunto. Ammetto la difficoltà di parlare di un romanzo così misterioso. A una scrittura pienamente leggibile, cristallina e felice sembra opporre un’anima dolorosa, torbida e fittamente simbolica, e forse è questo che più sconcerta il lettore. Ma se parlare di un libro simile è difficile, scriverlo dev’essere quasi impossibile. È per questo che mi piacerebbe conoscere quali difficoltà hai incontrato nelle varie fasi di lavorazione: sul piano emotivo (?), su quello tecnico narrativo e immaginativo.

Intanto, grazie per la chiacchierata. Il riassunto a me pare buono. La tua domanda ne contiene tre, quindi cercherò di rispondere un punto alla volta. Sul piano emotivo non ho incontrato particolari difficoltà, non investo emotivamente nulla nelle storie che scrivo, non mi riguardano. O, al limite, mi riguardano nella misura in cui uso dettagli del mio mondo – un ricordo, una suggestione, un luogo e via dicendo – per creare quello del libro. Mi azzardo anzi a dire che ho bisogno di una certa distanza dal mio mondo per costruirne un altro. Non mi riesce, ad esempio, di scrivere dei luoghi in cui ho vissuto, mi sembrano troppo veri, troppo esatti, e quindi, per assurdo, falsi. Non c’è spazio per inventare. Di conseguenza finisco sempre per ambientare le mie storie in posti che ho visto “di striscio”, per un breve periodo, ma che in qualche modo mi hanno lasciato una suggestione. Emotivamente, quindi, posso dire di investire più nell’atto stesso di raccontare che non nell’oggetto del racconto.
Dal punto di vista narrativo, la cosa più difficile è stata quella di far sì che le due parti in cui il libro è diviso andassero a formare un gioco di richiami interni, un piccolo mondo chiuso in se stesso. Per fare questo era necessario stare un po’ attento all’equilibrio tra i vari elementi della trama, renderli visibili senza che apparissero sfacciatamente esibiti. Avevo una scaletta – ho sempre una scaletta, anche se poi finisco per allontanarmene –, e questo ha aiutato. A questo libro, poi, ho fatto un “regalo” che al primo, un po’ per affetto e un po’ per pigrizia, non avevo fatto: l’ho riscritto completamente, a distanza di diversi anni dalla sua prima stesura. E nel riscriverlo sono venute fuori cose nuove e inaspettate, magari piccole, ma che lo hanno reso, almeno mi pare, più completo, più giusto. Ecco, la riscrittura è stata sicuramente la parte più divertente.

Sai, trovo molto interessante che “l’investimento emotivo” riguardi, più che la storia, l’atto stesso di raccontarla. E che la storia è, se ho capito bene, materia fredda, mentre l’alta temperatura appartiene alla scrittura. Ma dunque se tu dovessi indicare da dove proviene l’immaginazione del tuo romanzo – distinguendo fra la progettazione del libro e il momento della scrittura – come distribuiresti le percentuali? Provo a spiegarmi: l’immaginazione delle scene, nei suoi dettagli visivi e nei vari particolari scenici, quanto deve alla progettazione e quanto all’invenzione durante la scrittura? Ad esempio, 70 e 30 per cento? O diversamente? Non vorrei aver posto una domanda bislacca.

Non saprei parlare di percentuali. Come dicevo prima, avevo una scaletta e la trama, a grandi linee, era tutta lì. Il problema – per me, si intende – è che le scalette alle volte non rispondono bene alla trasposizione su pagina. Durante la stesura magari vengono fuori idee impreviste e questo costringe a rivedere la scaletta, spostare scene, inserire elementi. Faccio un esempio, sulla prima parte del mio libro: il personaggio del padre di Alessandra nella scaletta non c’era. Ma quando poi Alessandra ritorna a casa, in questo clima di generale disfacimento, ho pensato che ci sarebbe stata bene una dinamica relazionale tra lei e un padre “muto”, per dir così. L’idea è venuta naturale, e questo, ovviamente, ha provocato uno spostamento di alcune cose, la soppressione di altre. Poi una scaletta è priva di dettagli precisi – almeno, le mie lo sono – quindi se ad esempio scrivo “il personaggio tale entra in una casa”, poi sulla pagina, al momento di scrivere, è necessario descrivere quella casa, il modo in cui il personaggio vi entra, cosa trova e via dicendo. Questo lascia aperta la possibilità che cose nuove trovino posto nel libro, e soprattutto lascia spazio al divertimento della scoperta. C’è una frase nel film Matrix che mi è sempre piaciuta molto e che mi pare esprima bene il mio rapporto con la progettazione e la scrittura di un romanzo: “Presto o tardi scoprirai che c’è una grossa differenza tra conoscere il sentiero e percorrere il sentiero”.
Spero di essere riuscito a rispondere alla tua domanda.

Tutto chiaro. E senti, ti pongo una domanda al limite dell’invadenza. In che rapporti sei con i tuoi personaggi? Mi piacerebbe un mondo che tu rispondessi prima di tutto in generale, ovvero: alcuni scrittori considerano i propri personaggi come ectoplasmi al servizio della scrittura o dell’intreccio; altri come creature intelligenti con le quali è possibile persino immaginare una comunicazione; altri ancora si collocano tra questi due estremi. Chi o cos’è per te un personaggio?
Poi, ti sarei definitivamente grato se declinassi la risposta in particolare. I personaggi minori sono vivi all’immaginazione come quelli principali – o sono, diciamo, più funzionali alla trama e meno all’immaginazione che ne hai? Ad esempio, per dire: quel personaggio di cui dicevi, nato durante la prima stesura del nuovo romanzo, il padre di Alessandra, è stato vivo all’immaginazione fin da subito? O non è mai stato davvero vivo?
Poi, immagino, tutto dipenderà anche dal punto di vista adottato dal narratore.
Come dicevo, la domanda è alla soglia dell’invadenza. Se involontariamente l’ha superata, fammelo notare.

Nessuna invadenza, figurati. Devo confessare che non ho mai riflettuto troppo su cosa sia effettivamente un personaggio, cosa che probabilmente dipende dal fatto che nelle storie che leggo o che guardo e in ultimo che scrivo, sono più interessato ai mondi che i personaggi abitano, l’atmosfera generale. Alberto Ongaro, il mio scrittore-faro, diciamo così, diceva di avere un rapporto medianico con i suoi personaggi. Lui, prima ancora di avere una trama, scriveva su un foglio dei nomi a caso, fino a che non sentiva che uno di quei nomi lo chiamava, e da lì poi iniziava ad immaginare un destino per lui. Paul Auster, invece, in un’intervista diceva che con i personaggi (e le loro storie) ci vivi per così tanto tempo, pensi a loro così intensamente, che alla fine nella tua testa finiscono per essere veri come possono esserlo le persone reali. Da parte mia mi sento più vicino a questa cosa che dice Auster, che forse ha anche a che vedere con la lentezza che uno può avere nello scrivere la sua storia – io sono molto lento. Portarsi dietro per anni un personaggio fa sì che questo abiti la tua testa in maniera tanto forte da non essere più percepito come “finto”.
Per concludere, sul padre di Alessandra, ha iniziato a vivere nel momento in cui è finito nel libro, e anche lui poi l’ho portato per così tanto tempo nella mia testa che alla fine non mi sono nemmeno più posto il problema se fosse vero o finto. In generale, però, lo ripeto, mi interessano più i mondi che non i loro abitanti.

[Per leggere la chiacchierata su Vibrisse]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: