Due passi nella materia oscura

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Copertina del disco “Aenima” dei Tool

[Franco Foschi recensisce Storia di due donne e di uno specchio su Vibrisse, bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi]

Chi, come il sottoscritto, legge narrativa con passione e attenzione da più di quarant’anni, sa che grossomodo la letteratura sceglie due grandi linee, per narrare storie: quella più realistica, sequenziale, dove invariabilmente 1+1 fa 2, e quella più svolazzante, dai margini ineffabili, che potremmo chiamare metafisica, o con una accezione più moderna ‘sperimentale’. Ovviamente ci sono fulgidi esempi di narratori capaci di smarginare con eleganza di qua e di là a seconda del bisogno (Kafka, Kundera, tanto per citare un paio di grandi campioni), ma più spesso l’editore e il lettore vogliono che il bianco sia bianco, e che il nero sia nero.

La letteratura sperimentale, dunque, non ha mai avuto vita facile, salvo qualche rara eccezione (i francesi del secolo scorso, da Roussel, uno dei capostipiti, poi Sarraute, Claude Simon tanto da arrivare persino al Nobel, Sollers, fino a Perec; in Italia un Savinio, un Landolfi, sono sempre stati ammirati incondizionatamente dai critici e premiati da editori di prestigio, ma hanno fatto storcere il naso al 90% dei lettori). Sarà che lo sperimentatore preferisce uscire dai sentieri segnati, perché è un ex-grege, sarà che gli strumenti che sceglie sono spesso ostici, diciamo che i conti in banca di chi ha scelto di lavorare sulla letteratura sperimentale non sono mai stati troppo pingui.

Però c’è un altro tipo di tesoretto che si può produrre, un tesoretto che non ha niente a che fare col Dow Jones o con il bilancino di precisione, e tantomeno con la grassa soddisfazione che produce la letteratura d’intrattenimento. E’ forse un tesoro che riguarda i felici pochi, ma è impagabile. Passa attraverso un sentiero meno facile (anzi, facilone) di tanti romanzi pop, passa attraverso le circonvoluzioni di chi per fortuna ancora le usa, invece di assorbire acriticamente, passa attraverso la ricerca delle emozioni in modo forse un po’ lambiccato, ma più solido e duraturo.

Chi inizia un romanzo cosiddetto difficile e dopo dieci, venti, trenta pagine lo caccia dalla finestra forse è meglio che nemmeno prenda in mano “Storia di due donne e di uno specchio” di Edoardo Zambelli (è meglio che risparmi, è appena uscito il nuovo Wilbur Smith). Perché questo secondo romanzo di Zambelli chiede parecchia collaborazione al lettore, chiede di uscire dai luoghi comuni (e torpidi) della narrativa diretta, chiede di aprire il cervello allo svolgimento misterico, alla nebulosità, alla tortuosità, e non accetta confini, se non sfumati. In apparenza è la storia di due donne, non coetanee, e del loro incontro (ma anche questa parola è troppo semplice, questo incontro è davvero qualcosa di più). In realtà è il tentativo di immergersi nelle loro menti, con tutta la complessità neuronale che ciò comporta. E che può sconcertare: cosa è vero? Cosa invece non lo è?

In realtà il sostegno della storia è tutto nelle mani dei comprimari: tutti di piccola caratura, e tutti fondamentali. Non creano fondali alle due che si contendono mezzo libro a testa, sono proprio i pali sottili ma portanti che reggono le palafitte delle storie, e nessuno è di passaggio(anche se può sembrarlo), piuttosto il contrario, uno solo, se si immagina la sua non-nascita, potrebbe far pensare al crollo delle storie…

Il problema però è un altro: tanta applicazione è richiesta al lettore, ma la remunerazione sarà adeguata? Chi si immerge, anzi, si lascia immergere, in questa storia di sogno, otterrà la stessa intensità che al cinema ricava da certo Fellini o da Buñuel, e a un certo punto perderà (finalmente) il bisogno di ‘stare dentro a dei confini’. Chi l’ha detto che una narrazione, se non è realistica, non può farci vedere una storia? Dal libro di Zambelli ci facciamo prendere eccome, e vediamo le stesse nebbiosità (spesso sofferenti) che vedono le due donne, e condividiamo, e introitiamo. Facciamo la loro stessa ricerca del loro stesso centro di gravità permanente. Magari non lo trovano, chissà… Al lettore l’ardua sentenza di scoprirlo.

Bisogna dar credito a Zambelli di essere un feroce costruttore di atmosfere. Per certi versi la tensione montante del romanzo, legata a quasi nulla, mi ha ricordato certe progressioni emozionali, anche quelle turbative e legate a quasi nulla, di alcuni dei migliori romanzi di Patricia Highsmith. Certo, lei con quelli ci doveva campare, quindi si ritrovava nell’obbligo di andare da un punto A ad un punto B, cosa che Zambelli non necessariamente ricerca. Ma la spasmodica creazione di un climax, là come qui è sempre presente, e, a dirla tutta, incanta.

L’eclettismo e, diciamo così, l’extraterritorialità di Zambelli il lettore attento lo scoprirà anche nei suggerimenti musicali che vengono proposti: l’incantatrice Bjork con un pezzo sognantissimo degli anni 2000; la vecchia band alternative metal dei Tool, orgogliosi alfieri di partiture complesse e di lunga durata, spesso contenenti riferimenti a calcoli matematici, dalle liriche controverse e astratte, oltre a video non ortodossi; e infine il Debussy meno popolare, quello dei Preludi più oscuri e meno classificabili.

Oscurità affascinante, quindi – ma per chi ha le idee chiarissime. Indispensabile, al dunque, lasciarsi avvolgere da questa narrazione appunto oscura e affascinante, misterica, onirica, erotica, vibrante. Lasciarsi andare, insomma, è l’unico (gran) modo per godersi appieno questo romanzo. Lasciatevi andare.

Edoardo Zambelli, “Storia di due donne e di uno specchio”, Laurana 2018, 169 pagine, euro 14,90

[Per leggere la recensione su Vibrisse]

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