“Una scrittura onirica, che fa scivolare chi legge in altrovi incerti, liquidi…”

LAURANA - Rimmel - 040 Storia di due donne e di uno specchio

[Andrea Brancolini recensisce Storia di due donne e di uno specchio su Lankenauta]

Edoardo Zambelli, che avevo già apprezzato per il suo esordio L’antagonista, pubblica, ancora con Laurana, il secondo romanzo Storia di due donne e di uno specchio. Se la prima prova assomigliava per me a un’opera matura, questa seconda conferma l’impressione e delinea, o sembra delineare, un percorso autoriale abbastanza preciso e deciso. Quando si legge una sua storia si può essere sicuri di trovarci nel mezzo di una situazione di stallo e dolorosa, da cui il personaggio (o i personaggi) cerca di uscirne ma non sa come fare, e annaspa, si aggrappa, ripercorre la sua vita come la ricorda e fa i conti con ciò che ha rimosso, anche per salvarsi. C’è un’indagine, sia esterna che nella propria memoria, in cui tutto si confonde ed è, al tempo stesso, limpido, chiaro, evidente. Zambelli ha il dono di una scrittura onirica, che fa scivolare chi legge in altrovi incerti, liquidi, eppure materiali, duri.

Questo Storia di due donne e di uno specchio è diviso in due parti, che prendono il nome delle due donne del titolo: Alessandra e Marta. Nella prima è Alessandra a narrare: lei che torna al paese natale per un funerale e che incontra Marta, di vent’anni più giovane, un’insegnante di musica con cui stabilisce una relazione. Marta nasconde però qualcosa che non ricorda (non ricordare è nascondere?) e con cui entrambe si scontreranno. La seconda parte racconta l’adolescenza di Marta, il periodo della sua vita in cui è accaduto quel qualcosa. Narrata in terza persona, sembra però scritta da Marta, anni dopo, nel tentativo di cogliere tutti i fatti del suo passato, cercando nella narrazione la distanza necessaria per non ferirsi troppo. Se nella bandella del libro precedente si parlava “semplicemente, del desiderio di essere uccisi”, anche qui si è tentati di dire la stessa cosa, in alcuni passaggi, ma adesso faccio attenzione a quel “semplicemente”: cosa vuol dire? Si può liquidare il desiderio di essere uccisi con un “semplicemente”? Cosa c’è di semplice? La morte non dà, in fondo, una forma definita alla nostra vita? Alessandra e Marta rincorrono in modi diversi la propria vita, cercando di darle una forma che a loro stesse non è chiara, e facendolo si confondono l’una nell’altra, e ognuna in sé, nei propri corpi, nelle proprie menti, sensazioni.

Due citazioni aprono il libro, “Chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso” (Alberto Savinio, Casa “La vita”); l’altra dal discorso per l’assegnazione del Nobel di Harold Pinter “There are no hard distinctions between what is real and what is unreal, nor between what is true and what is false. A thing is not necessarily either true or false; it can be both true and false.” (sono parole che Pinter scrisse nel 1958 e che riprende in quell’occasione). Queste frasi chiariscono a mio avviso l’intento del romanzo e del suo autore: la lettura è un atto di abbandono totale verso le parole e non c’è scampo. La narrazione è il mescolare il falso e il vero, il reale e l’irreale, il sogno e la veglia, per far precipitare le sicurezze di chi legge e uscirne diversi, cambiati. Si legge, questo romanzo, e si entra nel tunnel di Marta e si vedono cose orribili come l’umano sa esserlo, si entra nella vita di Alessandra e si coglie la totale incertezza che è il vivere. Arrivati a questo punto, lo specchio del titolo cosa c’entra? Forse ci stava bene, forse andava bene per il titolo, forse c’entra perché gli specchi sono di solito nel bagno (si veda la copertina, per esempio) e ci colgono al mattino, quando il sonno non si è ancora tolto dal volto e la sera, quando il sonno non si è ancora impadronito di noi ma già fa capolino, o prima e dopo una doccia, quando siamo sporchi e poi puliti, e vede il nostro corpo inerme, com’è.

“Guarda il tubo rosso, poi guarda la vecchia che le fa un gesto di incoraggiamento. Marta pensa che è tutta una follia, e mentre lo pensa inizia a camminare, calma, ancora un poco trattenuta. Quando arriva davanti al tubo si china, guarda dentro, e vede le pareti rosse e non ne vede l’uscita, perché dopo un paio di metri il tubo si snoda in una serie di brevi curve.

Prende un respiro profondo, chiude un attimo gli occhi, li riapre. Poi entra.” (pag.104)

[Per leggere la recensione su Lankenauta]

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