“Lo spregio”, di Alessandro Zaccuri

di Edoardo Zambelli

cop_zaccLo spregio, ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, è, secondo me, un libro che può essere letto in modi diversi. Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto magari più superficiale, sia una lettura altrettanto legittima (in fondo, un lettore un libro lo legge un po’ come gli pare) che non manca di rispetto all’autore e non sminuisce la bellezza del libro stesso.
Una crime novel, quindi, con tutti gli ingredienti necessari, ma, anche, con la capacità di giocare col genere senza aderirvi del tutto, di prenderne alcune delle regole e piegarle all’esigenza di dire altro.
Le prime pagine sono tutte per la “formazione criminale” di Angelo, il giovane protagonista del libro, che scopre e pian piano accetta e fa sue le attività più o meno criminali del Moro, suo padre, guidato da un bisogno d’emulazione, di diventare come lui.

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“Un oggetto unico e anomalo nella letteratura italiana”

di Edoardo Zambelli

[Questo articolo è apparso qualche giorno fa in TodoModo.Club – Cronache del divenire].

md18651518620Un’avventura nelle pianure della mente. Questo, riprendendo un breve passo del romanzo, è a mio avviso il miglior modo per definire La Taverna del Doge Loredan, terzo libro pubblicato da Alberto Ongaro.

In primo luogo perché è un libro sul leggere, racconta infatti, almeno in superficie, la storia di un uomo che legge un libro. E la lettura è, in fin dei conti, un’avventura della mente.

In secondo luogo perché la storia raccontata fa leva su tutto un immaginario che va dalla letteratura fantastica a quella d’avventura, incrociando continuamente i generi, riempiendo la trama di simboli – ci sono un doppio dispettoso, la statua di cera di una donna in una stanza deserta, corvi parlanti, mostri metaforici che diventano reali -, facendo fare al lettore continui salti avanti e indietro da una Venezia contemporanea (contemporanea per il 1980, anno di pubblicazione del romanzo) alla Londra del settecento.

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A proposito di “Chiedi alla luce”, romanzo di Tullio Avoledo

di Edoardo Zambelli

chiediallaluceCon Chiedi alla luce, appena pubblicato presso Marsilio, Tullio Avoledo ha scritto quello che è secondo me il suo libro più complesso, ambizioso e, forse proprio per questo, il suo libro più bello. La trama, a volerla sintetizzare, è piuttosto semplice: un angelo, Gabriel, gira per l’Europa ripetendo dentro di sé e ad altri che la fine del mondo è vicina. In questo giro – che ricorda quello dell’angelo Damiel ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders – recupera frammenti di passato (proprio e collettivo), incontra personaggi bizzarri (personaggi che reali non sono, ma a guardar bene potrebbero esserlo), riflette sulla propria natura, la smentisce, la recupera ancora e forse di nuovo la perde. A muoverlo è il ricordo di una donna, forse persa per sempre, forse no.

Ho usato tre volte la parola “forse”, ma per un buon motivo. Certezze, infatti, il libro non ne dà. La narrazione oscilla continuamente tra passato e presente, realtà e immaginazione, detto e non detto. Si potrebbe addirittura affermare che uno dei temi del libro sia proprio il rapporto tra verità e finzione. Niente e nessuno è ciò sembra. Ogni personaggio – protagonista compreso -, si presta a più immaginazioni, ogni cosa può diventare altro. E questo, se da un lato ne fa una lettura certamente impegnativa, dall’altro mette in luce una capacità di costruzione narrativa tanto perfetta quanto disarmante.

Ovviamente il tema centrale del romanzo è un altro, sicuramente più importante nell’economia del racconto. Si potrebbe riassumere in una domanda: meritiamo di essere salvati? Gabriel se lo chiede e se lo sente chiedere. La fine del mondo è prossima, questo è chiaro dall’inizio. Gabriel torna a guardare il peggio che la Storia ha prodotto e vede già ciò che di peggio potrebbe produrre. E noi lettori guardiamo assieme a lui. A Budapest siamo sotto i bombardamenti delle truppe sovietiche durante la Seconda guerra mondiale, a Mosca guardiamo negli occhi un boia di stato che ha ucciso una quantità mostruosa di persone. C’è lo sguardo di Gabriel, quindi, e quello del lettore. Ma ciò che rende bello e, direi, importante questo libro è lo sguardo dello scrittore (qui l’uomo non interessa). C’è pietà nel suo sguardo. È la stessa pietà che definisce i protagonisti di tutti i suoi libri, ma che qui diventa più urgente, necessaria. E allora, meritiamo di essere salvati? Il libro una risposta univoca non la dà, ne dà tante, non necessariamente in accordo tra loro. A me piace questa:

Sai, Gabriel, penso… Penso che se dovessi incontrare Dio e convincerlo… Insomma, se dovessi dirgli un motivo, uno solo, per cui la razza umana va risparmiata e non distrutta… Penso che gli direi la musica. E non dico solo Beethoven o Bach. Dico tutta la musica. Ecco un buon motivo, gli direi. Se mai incontrassi Dio. La musica.

Raccontati così, i vagabondaggi di Gabriel potrebbero sembrare qualcosa di lontano dal solito Avoledo, quello che spesso viene assimilato a libri come L’elenco telefonico di Atlantide, Mare di Bering, Lo stato dell’unione. In realtà così non è. L’immaginario di Avoledo qui c’è tutto. Ci sono donne di struggente bellezza (le donne di Avoledo sono sempre di una bellezza struggente), c’è l’amore per la musica e c’è quello per la poesia, quello per le culture di altri paesi, c’è la politica, ci sono i viaggi nel tempo, c’è la tecnologia. Ho detto all’inizio che la trama, nella sua sintesi, è semplice. E lo confermo. E allora, cosa tiene in piedi una trama così sottile per quasi cinquecento pagine? La risposta è: ovviamente, un’altra domanda. Chi è Gabriel? Un architetto malato di cancro che immagina di essere un angelo? O un angelo chiuso nel corpo di un uomo malato? La risposta, io credo, appartiene più al lettore che al libro. Chiedi alla luce è un mondo abitabile, un viaggio che vale la pena di fare.