“Una coreografia di materia ipnotica”

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[…] La storia, apparentemente lineare, è quella di un uomo di trentatré anni che ha perso il controllo della propria vita. Vive a Bari, di mestiere fa il web content manager per un sito di cinema, dove le sue aspirazioni di critico cinematografico vengono quotidianamente frustrate dalle logiche del marketing e della promozione a tutti i costi. La moglie l’ha lasciato a causa della sua indolenza e apatia. La sua unica speranza è un romanzo che intende scrivere e di cui ha in testa una sola immagine ossessiva. Una ragazza che passeggia sola su una spiaggia. […]

Nino Fricano ha recensito L’antagonista in SatisFiction. Leggi tutto l’articolo.

“L’antagonista” in “Nazione indiana”

Grazie alla cortesia di Gianni Biondillo, un estratto de L’antagonista, romanzo di Edoardo Zambelli, è stato pubblicato in Nazione indiana:

mignon_zambelliAveva smesso di piovere. Densi nuvoloni neri facevano però presagire che si trattasse solo di una breve tregua. Si accedeva al cimitero tramite un viale di ghiaia, costeggiato da alti cipressi. Il bianco del viale creava uno strano contrasto da fine del mondo con il cielo nero che lo sovrastava. Al termine del viale, c’era un pesante cancello nero. Aperto. C’era una sola macchina parcheggiata accanto ai bidoni della spazzatura. Oltrepassato il cancello, c’era il gabbiotto del custode. Un uomo obeso, sui quarant’anni. Stava leggendo un giornale. Bussai al vetro del gabbiotto. Mi rivolse uno sguardo un poco assonnato. Mi chiese cosa volevo. Gli spiegai che stavo cercando la tomba di Erika, feci nome e cognome. Lui mi fissò in un modo strano. Al nome di Erika l’espressione sonnolenta era sparita lasciando il posto a una diffidenza mal dissimulata.

“La ragazza che si è suicidata?”

“Sì, lei”.

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A proposito di “Chiedi alla luce”, romanzo di Tullio Avoledo

di Edoardo Zambelli

chiediallaluceCon Chiedi alla luce, appena pubblicato presso Marsilio, Tullio Avoledo ha scritto quello che è secondo me il suo libro più complesso, ambizioso e, forse proprio per questo, il suo libro più bello. La trama, a volerla sintetizzare, è piuttosto semplice: un angelo, Gabriel, gira per l’Europa ripetendo dentro di sé e ad altri che la fine del mondo è vicina. In questo giro – che ricorda quello dell’angelo Damiel ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders – recupera frammenti di passato (proprio e collettivo), incontra personaggi bizzarri (personaggi che reali non sono, ma a guardar bene potrebbero esserlo), riflette sulla propria natura, la smentisce, la recupera ancora e forse di nuovo la perde. A muoverlo è il ricordo di una donna, forse persa per sempre, forse no.

Ho usato tre volte la parola “forse”, ma per un buon motivo. Certezze, infatti, il libro non ne dà. La narrazione oscilla continuamente tra passato e presente, realtà e immaginazione, detto e non detto. Si potrebbe addirittura affermare che uno dei temi del libro sia proprio il rapporto tra verità e finzione. Niente e nessuno è ciò sembra. Ogni personaggio – protagonista compreso -, si presta a più immaginazioni, ogni cosa può diventare altro. E questo, se da un lato ne fa una lettura certamente impegnativa, dall’altro mette in luce una capacità di costruzione narrativa tanto perfetta quanto disarmante.

Ovviamente il tema centrale del romanzo è un altro, sicuramente più importante nell’economia del racconto. Si potrebbe riassumere in una domanda: meritiamo di essere salvati? Gabriel se lo chiede e se lo sente chiedere. La fine del mondo è prossima, questo è chiaro dall’inizio. Gabriel torna a guardare il peggio che la Storia ha prodotto e vede già ciò che di peggio potrebbe produrre. E noi lettori guardiamo assieme a lui. A Budapest siamo sotto i bombardamenti delle truppe sovietiche durante la Seconda guerra mondiale, a Mosca guardiamo negli occhi un boia di stato che ha ucciso una quantità mostruosa di persone. C’è lo sguardo di Gabriel, quindi, e quello del lettore. Ma ciò che rende bello e, direi, importante questo libro è lo sguardo dello scrittore (qui l’uomo non interessa). C’è pietà nel suo sguardo. È la stessa pietà che definisce i protagonisti di tutti i suoi libri, ma che qui diventa più urgente, necessaria. E allora, meritiamo di essere salvati? Il libro una risposta univoca non la dà, ne dà tante, non necessariamente in accordo tra loro. A me piace questa:

Sai, Gabriel, penso… Penso che se dovessi incontrare Dio e convincerlo… Insomma, se dovessi dirgli un motivo, uno solo, per cui la razza umana va risparmiata e non distrutta… Penso che gli direi la musica. E non dico solo Beethoven o Bach. Dico tutta la musica. Ecco un buon motivo, gli direi. Se mai incontrassi Dio. La musica.

Raccontati così, i vagabondaggi di Gabriel potrebbero sembrare qualcosa di lontano dal solito Avoledo, quello che spesso viene assimilato a libri come L’elenco telefonico di Atlantide, Mare di Bering, Lo stato dell’unione. In realtà così non è. L’immaginario di Avoledo qui c’è tutto. Ci sono donne di struggente bellezza (le donne di Avoledo sono sempre di una bellezza struggente), c’è l’amore per la musica e c’è quello per la poesia, quello per le culture di altri paesi, c’è la politica, ci sono i viaggi nel tempo, c’è la tecnologia. Ho detto all’inizio che la trama, nella sua sintesi, è semplice. E lo confermo. E allora, cosa tiene in piedi una trama così sottile per quasi cinquecento pagine? La risposta è: ovviamente, un’altra domanda. Chi è Gabriel? Un architetto malato di cancro che immagina di essere un angelo? O un angelo chiuso nel corpo di un uomo malato? La risposta, io credo, appartiene più al lettore che al libro. Chiedi alla luce è un mondo abitabile, un viaggio che vale la pena di fare.