Tullio Avoledo su “L’antagonista”

di Tullio Avoledo

cop_antagonistaAvvertenza preliminare: non sono un recensore. Sono un lettore, quindi ciò che sto scrivendo non è una recensione, ma una semplice serie d’impressioni di lettura.
Seconda avvertenza: leggo pochissima narrativa. Divoro saggistica e poesia, ma leggo pochi romanzi, e meno ancora racconti. Così non so fino a che punto sono un giudice attendibile, rispetto a chi, magari per professione, legge tipo venti romanzi al mese.
Nelle due settimane di vacanza dalla scrittura che mi sono concesso per riprendermi da due festival, ho letto tre libri molto belli. Uno solo di questi era un romanzo, ed è L’antagonista di Edoardo Zambelli.

L’autore è giovane, maledetto lui. Anche se non troppo giovane, quindi ritiro il maledetto.
E’ anche maledettamente bravo, e stavolta l’avverbio lo lascio. Mi è capitato solo una volta di leggere un’opera prima altrettanto affascinante, e quel libro era Pugni di Pietro Grossi. Anzi, non era nemmeno ancora un libro, era un dattiloscritto in cerca di editore, fattomi leggere da un’amica. Sono stato contento quando Pietro, non per merito mio, ha trovato un editore.
Sono ancora più contento che l’abbia trovato Edoardo Zambelli, e che L’antagonista sia uscito dal cassetto (o dovunque lo tenesse) per arrivare ai lettori. E’ un libro potente, un libro che emana una strana energia, una specie di luce nera che illumina i nostri giorni purgatoriali.

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A proposito di “Chiedi alla luce”, romanzo di Tullio Avoledo

di Edoardo Zambelli

chiediallaluceCon Chiedi alla luce, appena pubblicato presso Marsilio, Tullio Avoledo ha scritto quello che è secondo me il suo libro più complesso, ambizioso e, forse proprio per questo, il suo libro più bello. La trama, a volerla sintetizzare, è piuttosto semplice: un angelo, Gabriel, gira per l’Europa ripetendo dentro di sé e ad altri che la fine del mondo è vicina. In questo giro – che ricorda quello dell’angelo Damiel ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders – recupera frammenti di passato (proprio e collettivo), incontra personaggi bizzarri (personaggi che reali non sono, ma a guardar bene potrebbero esserlo), riflette sulla propria natura, la smentisce, la recupera ancora e forse di nuovo la perde. A muoverlo è il ricordo di una donna, forse persa per sempre, forse no.

Ho usato tre volte la parola “forse”, ma per un buon motivo. Certezze, infatti, il libro non ne dà. La narrazione oscilla continuamente tra passato e presente, realtà e immaginazione, detto e non detto. Si potrebbe addirittura affermare che uno dei temi del libro sia proprio il rapporto tra verità e finzione. Niente e nessuno è ciò sembra. Ogni personaggio – protagonista compreso -, si presta a più immaginazioni, ogni cosa può diventare altro. E questo, se da un lato ne fa una lettura certamente impegnativa, dall’altro mette in luce una capacità di costruzione narrativa tanto perfetta quanto disarmante.

Ovviamente il tema centrale del romanzo è un altro, sicuramente più importante nell’economia del racconto. Si potrebbe riassumere in una domanda: meritiamo di essere salvati? Gabriel se lo chiede e se lo sente chiedere. La fine del mondo è prossima, questo è chiaro dall’inizio. Gabriel torna a guardare il peggio che la Storia ha prodotto e vede già ciò che di peggio potrebbe produrre. E noi lettori guardiamo assieme a lui. A Budapest siamo sotto i bombardamenti delle truppe sovietiche durante la Seconda guerra mondiale, a Mosca guardiamo negli occhi un boia di stato che ha ucciso una quantità mostruosa di persone. C’è lo sguardo di Gabriel, quindi, e quello del lettore. Ma ciò che rende bello e, direi, importante questo libro è lo sguardo dello scrittore (qui l’uomo non interessa). C’è pietà nel suo sguardo. È la stessa pietà che definisce i protagonisti di tutti i suoi libri, ma che qui diventa più urgente, necessaria. E allora, meritiamo di essere salvati? Il libro una risposta univoca non la dà, ne dà tante, non necessariamente in accordo tra loro. A me piace questa:

Sai, Gabriel, penso… Penso che se dovessi incontrare Dio e convincerlo… Insomma, se dovessi dirgli un motivo, uno solo, per cui la razza umana va risparmiata e non distrutta… Penso che gli direi la musica. E non dico solo Beethoven o Bach. Dico tutta la musica. Ecco un buon motivo, gli direi. Se mai incontrassi Dio. La musica.

Raccontati così, i vagabondaggi di Gabriel potrebbero sembrare qualcosa di lontano dal solito Avoledo, quello che spesso viene assimilato a libri come L’elenco telefonico di Atlantide, Mare di Bering, Lo stato dell’unione. In realtà così non è. L’immaginario di Avoledo qui c’è tutto. Ci sono donne di struggente bellezza (le donne di Avoledo sono sempre di una bellezza struggente), c’è l’amore per la musica e c’è quello per la poesia, quello per le culture di altri paesi, c’è la politica, ci sono i viaggi nel tempo, c’è la tecnologia. Ho detto all’inizio che la trama, nella sua sintesi, è semplice. E lo confermo. E allora, cosa tiene in piedi una trama così sottile per quasi cinquecento pagine? La risposta è: ovviamente, un’altra domanda. Chi è Gabriel? Un architetto malato di cancro che immagina di essere un angelo? O un angelo chiuso nel corpo di un uomo malato? La risposta, io credo, appartiene più al lettore che al libro. Chiedi alla luce è un mondo abitabile, un viaggio che vale la pena di fare.